Leonardo da Vinci, Van Gogh e Pablo Picasso sono probabilmente le prime personalità che vengono in mente quando si pensa ai grandi artisti della storia dell’arte. Fatichiamo a ricordarci anche solo un nome femminile, eppure la loro presenza esiste sin dai tempi in cui si è iniziato a fare arte. Le donne infatti non hanno solo ricoperto ruoli di muse per i pittori, bensì sono state artiste loro stesse. Purtroppo, fino al XVI secolo il loro contributo e la loro effettiva presenza documentata nella storia rimane poco visibile, forse quasi nulla. Come in altri campi, infatti, si è sempre cercato di dissuadere le donne ad intraprendere una carriera artistica, ma molte di loro hanno perseverato facendosi riconoscere in ogni movimento artistico dal Rinascimento in poi.
Nel periodo precedente, ovvero durante il Medioevo, gli artisti, sia uomini che donne, erano considerati artigiani e raramente venivano menzionati personalmente poiché non era ancora in uso apporre la firma all’opera. Singolare il fatto però che alcune donne venissero menzionate come membri delle corporazioni miniaturistiche, illustratrici di libri o ricamatrici, anche se si trattava per lo più di suore o aristocratiche.
Dal Rinascimento all’Impressionismo le cose cominciano a cambiare: le donne iniziano ad essere considerate a tutti gli effetti vere professioniste dell’arte sottraendosi così all’invisibilità e distinguendosi per talento ed innovazione anche se, molte di loro avrebbero preferito essere apprezzate in quanto artiste e non come una categoria a sé stante come quella delle pittrici femminili. Fortunatamente, però, proprio grazie alla loro categorizzazione di genere, queste artiste vengono riconosciute positivamente per il loro contributo alla storia dell’arte.
Artemisia Gentileschi (1593-1653)
Pittrice caravaggesca vissuta durante la prima metà del XVII, Artemisia Gentileschi aprì la strada alla nuova ideologia che non solo gli uomini potevano ricoprire il ruolo di artisti.
Figlia d’arte di un rinomato pittore, la Gentileschi ebbe accesso al mondo dell’arte sin da piccola. Mosse i suoi primi passi nella bottega del padre il quale notò subito il suo talento. La sua prima opera riconosciuta fu Susanna e i Vecchioni (1610), a lungo attribuita al padre a causa dello stile indistinguibile tra i due, la Gentileschi sviluppò infatti il suo tratto distintivo solo quando da Roma si trasferì a Firenze. A differenza delle altre artiste femminili del XVII per lo più inclini a nature morte e ritratti, lei si specializzò in soggetti biblici e mitologici dipingendo su tele di larga scala, proprio come la sua controparte maschile. La sua vita venne segnata da un evento doloroso: venne violentata da un pittore vedutista di cui era pupilla e quando questo si rifiutò di sposarla, lei dovette testimoniare la sua innocenza a corte sotto tortura. Si dice che questo episodio l’avesse ispirata a dipingere Giuditta che decapita Oloferne (1620). Nonostante la sua fama sia talvolta oscurata da questo drammatico evento, il suo talento rimane inesorabile e viene tuttora riconosciuta per la rappresentazione realistica delle forme femminili, la profondità dei colori ed il suo impressionante uso dei chiaroscuri.
Fu la prima donna ad essere accettata nella prestigiosa Accademia di Belle Arti di Firenze.
Elisabeth Vigée Le Brun (1755-1842)
Elisabeth Vigée Le Brun è stata una delle donne più affascinanti e talentuose del suo tempo. Vissuta a cavallo tra il XVIII ed il XIX secolo, in un’epoca tanto contraddittoria quanto turbolenta, fu a lungo calunniata per la sua estrema bellezza, la testardaggine, l’ambizione ed il talento artistico.
Come la Gentileschi, Vigée Le Brun apprese la pittura dal padre, un mediocre ritrattista, distinguendosi però grazie ad un precoce talento e ad una genialità che diedero vita ad un intenso stile personale, frutto di una sintesi della tradizione pittorica italiana e di quella fiamminga.
A Versailles, nel 1777, incontrò Maria Antonietta e ne diventò amica, confidente e pittrice prediletta, ma con lo scoppio della Rivoluzione Francese, Vigée Le Brun fu costretta a scappare in Italia. Lì si ritrovò con pochi denari: infatti il marito, un mercante d’arte, aveva scialacquato tutti i loro beni e, prima di divorziare da lui, si trovò costretta in più occasioni ad inviargli il ricavato di ciò che era riuscita a guadagnare con i suoi ritratti. Grazie al suo talento, però, fu invitata in tutte le corti d’Europa tra le quali quella di Roma, di Vienna, di Londra e di San Pietroburgo, riscuotendo un particolare successo tra l’aristocrazia. Chi posava per lei apprezzava il fatto di essere messo a proprio agio e le pose dei modelli, normalmente rigide, risultavano rilassate grazie anche all’innovativo stile rivoluzionario della pittrice.
Dopo dodici anni di esilio, rientrò in Francia nel 1802, ma la accolse una società profondamente mutata, nella quale non le rimaneva che rimpiangere l’Ancien Regime.
Divenne una delle ritrattiste più ricercate del suo tempo, anche al di fuori dei confini francesi: alla sua morte lasciò ben seicento ritratti e duecento paesaggi.
Tamara de Lempicka (1898-1980)
La pittrice polacca Tamara de Lempicka fu rinomata soprattutto per lo stile raffinato dei suoi ritratti in pieno stile Art Deco.
Nata a Varsavia, lavorò per la maggior parte della sua vita tra Francia e Stati Uniti. A Parigi studiò pittura sviluppando fin da subito il suo stile caratteristico che fonde linee cubiste ad forme neoclassiche. Fu un’attiva partecipante alla vita artistica e sociale della capitale francese e divenne prima amante poi moglie di un Barone, collezionista d’arte.
Famoso il suo Autoritratto sulla Bugatti verde (1925), che realizzò per la copertina di un giornale di moda tedesco, in cui lei appare come una bellezza distante, indipendente, ricca ed inaccessibile. Trasferitasi negli Stati Uniti, Tamara variò il soggetto dei suoi dipinti molte volte: dai ritratti alle celebrità alle nature morte. Infatti, nel dopoguerra il suo stile Art Deco risulta anacronistico per il periodo post bellico, così dagli anni ’60 iniziò ad approcciarsi ad uno stile astratto, abbandonando il pennello per la spatola, lasciando così alle spalle il suo tipico stile levigato.
Tamara ha esemplificato alla perfezione l’arte e la personalità della pittrice. Il suo Autoritratto sulla Bugatti verde è forse la sua opera più famosa, diventata poi immagine simbolo di un’epoca, emblema della donna indipendente che si afferma.
Frida Kahlo (1907-1954)
Senza dubbio Frida Kahlo è l’artista più amata e conosciuta, un esempio di forza e creatività, nota soprattutto per gli autoritratti che affrontano temi quali l’identità, la sofferenza ed il corpo umano.
In effetti Frida soffrì per tutta la vita: a sei anni contrasse la poliomielite che la lasciò permanentemente disabile ed a diciotto anni subì un grave incidente in autobus dal quale non si riprese mai completamente.
Avendo vissuto un’infanzia isolata, Frida si approciò all’arte attraverso il padre fotografo. Durante la convalescenza a letto ebbe modo di affinare le sue già innate doti artistiche, sviluppando un rapporto ossessivo con il suo corpo martoriato che la portò a diventare ancora più introspettiva: si concentrò infatti su sé stessa realizzando una lunga serie di autoritratti ispirandosi ai colori accesi della cultura messicana, fondendo il realismo con il simbolismo.
La relazione con il marito e pittore Diego Riviera fu tumultuosa e, nonostante il desiderio di un figlio, Frida fu sempre costretta ad abortire, non potendo affrontare il parto a causa delle lesioni subite nell’incidente. Questa condizione la portò ad dipingere ritratti sempre più macabri con l’accumularsi delle sofferenze. Negli ultimi anni della sua vita la malattia peggiorò talmente che nei primi anni ’50, Frida partecipò alla sua prima mostra personale a bordo di un’ambulanza.
La sua attenzione verso temi femminili e la loro rappresentazione non più distorta dall’occhio maschile, l’ha portata ad essere un simbolo per il culto femminista.
Cindy Sherman (1954)
L’artista statunitense Cindy Sherman è invece conosciuta per i suoi autoritratti concettuali che rimandano molto spesso a degli stereotipi femminili. Dall’inizio della sua carriera negli anni ‘70 ha prodotto serie di opere fotografando se stessa mentre impersona personaggi immaginari collocati in vari contesti. Lavora sempre da sola nel suo studio ricoprendo svariati ruoli contemporaneamente quali fotografa, autrice, regista, scenografa, truccatrice e modella.
Il suo lavoro si focalizza principalmente sul costume, sul trucco, sull’illuminazione e sull’espressione. In ogni serie fotografica, trasforma se stessa in un soggetto volutamente artefatto che richiama molto spesso gli stereotipi femminili dei film e delle riviste.
Sebbene la Sherman non consideri il proprio lavoro femminista, molte delle sue serie fotografiche richiamano l’attenzione sull’oggettificazione del corpo femminile. Osservando le sue fotografie si prova un senso di voyeurismo, ed è palese il suo accento su quello maschile.
Yayoi Kusama (1929)
Yayoi Kusama è un’artista dall’incredibile storia personale, fatta di sofferenza fisica e psichica, successo ed oblio.
A 29 anni scappa dal Giappone ed approda in America dove, dopo un inizio fatto di stenti, entra a far parte dell’avant-gard newyorkese, in particolare modo al movimento Pop Art.
Il segno caratteristico del lavori di Yayoi è l’uso quasi ossessivo dei pois che escono dalla tela, invadono lo spazio, diventano forme tridimensionali e ambigue, esplodono in ossessioni e visioni sessuali, curano e liberano mente e corpo dell’artista e di chi fruisce del suo lavoro. Il rosso è il colore che compare in ogni singola tavola ed è legato alle forti emozioni, alla stimolazione sensoriale e all’impulso creativo.
Yayoi è sempre stata aperta riguardo ai suoi problemi psichici che, uniti alla sua arte, hanno provocato e scandalizzato sia la società statunitense che quella giapponese. Nonostante ciò, è stata una donna indomita, che non ha avuto paura di se stessa, dei propri demoni interiori, dei limiti imposti dal maschilismo e da un mondo a misura di uomo bianco. Non si è arrestata di fronte alle barriere geografiche e a quelle più impalpabili dei pregiudizi e delle convenzioni. È sicuramente stata una delle artiste più innovative del suo tempo, la regina degli hippie e del pacifismo, icona delle lotte contro il sessismo e il tradizionalismo, pur non avendo mai partecipato attivamente al movimento femminista.
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_ di Marianna Benetti














